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I limiti, la crescita, la svolta, il gruppo... Intervista di fine stagione a coach Zanchi

In trent'anni di carriera, di basket, forse la sfida più incredibile, se non la più incredibile una di quelle che lasciano il segno in campo e la traccia di un sorriso. Coach Andrea Zanchi, trent'anni nello sport, se a deciderlo fossero i tifosi di Biella, sarebbe candidabile a Sindaco della città e magari vincerebbe pure quella, un'altra sfida. Tutto ciò che resta di questa pazza, straordinaria, unica stagione è scritto lì, nello striscione esposto dalla Curva Barlera al Forum durante la sfida contro la Stella Azzurra, coda del campionato, il 28° della storia rossoblù: Zanchi Sindaco.


«Quando in estate mi è stata prospettata da Biella questa sfida impossibile l'ho accettata, primo perché mi piacciono le sfide» ci spiega in una chiacchierata a ruota libera venti giorni dopo la conclusione del campionato. «L'ho accettata perché mi piace lavorare con i giovani e perché era proprio Biella che me la proponeva. Biella è una realtà che sa rispettare i tempi, i programmi e ha sempre avuto un grande rispetto per il lavoro degli allenatori. Quando a fine stagione ricevi tanti complimenti dagli addetti ai lavori in giro per l'Italia, ti rendi conto della percezione che c'era di questa sfida a detta loro “impossibile”».


Nel lavoro Biella si è volutamente concentrata su se stessa, si è isolata dai giudizi dell'esterno anche quando il mare era agitatissimo: «Questo gruppo aveva importanti margini di miglioramento – ci spiega ancora Zanchi - ma soprattutto l'atteggiamento giusto già nelle partite di Supercoppa. L'atteggiamento di chi se la vuole giocare con chiunque e ha voglia di fare fatica. Non potevamo immaginare che crescessero così, o che Davis diventasse quel tipo di giocatore, però già in estate c'erano buone premesse dal punto di vista dell'atteggiamento. Quando si lavora in prospettiva bisogna avere uno status mentale diverso. Bisogna avere una visione per ognuno dei ragazzi che alleni. A mio modo di vedere un allenatore lo dovrebbe fare sempre, con qualsiasi gruppo, anche con i gruppi più esperti e i grandi allenatori certamente lo fanno. Non abbiamo voluto guardare i limiti, i limiti erano evidenti a tutti, fisici, tecnici, di esperienza. Ci siamo concentrati sui margini di crescita e sulle potenzialità, ci siamo sempre concentrati sulla soluzione e mai sul problema. “Va bene, sappiamo che siamo quelli, cosa possiamo fare?” È stata la mentalità del non piangerci addosso. “Abbiamo meno talento, abbiamo meno fisicità, abbiamo meno esperienza degli altri...quindi come facciamo per giocarcela? Facciamo tre volte più fatica degli altri!” I ragazzi l'hanno capito. Alcune situazioni di gioco hanno palesato un netto divario con l'avversario, ma quando si è potuto sorprendere, contro qualcuno che ci ha un po' sottovalutato o squadre della nostra fascia, abbiamo anche espresso un bel basket».


La disponibilità al sacrificio è stato nel gruppo l'ingrediente fondamentale: «Nello spogliatoio prima di tutto si è vissuto bene - continua Zanchi -. Ho allenato prima di tutto bravi ragazzi e belle persone. Quando vivi bene hai già fatto gran parte del lavoro. Nelle proposte tecniche siamo andati molto per gradi per non far confusione, avevano davanti ragazzi in parte inesperti. I primi mesi abbiamo lavorato molto sulle basi, ma già contro l'Urania o a Torino in Supercoppa avevo visto una squadra che giocava, benché avevamo svolto tutta la pre-season senza uno o due stranieri e senza Tommaso Bianchi. Con il senno di poi questo ha avuto un senso, perché ha dato modo a tutti di prepararsi e di giocare già da subito, anche a chi non lo aveva mai fatto. Già in Supercoppa ho avuto buone sensazioni. È chiaro che la partita che ha dato la svolta è stata quella di Orzinuovi. Eravamo sia noi sia loro a zero punti in classifica con dieci sconfitte, noi tredici contando anche le tre di Supercoppa, però eravamo in crescendo; avevamo perso con Treviglio, Pistoia, Cantù, a Torino giocando con squadre di fascia altissima alla pari, in alcuni casi anche recriminando. Affrontare in quel momento Orzinuovi non è stato facile: giocavamo fuori casa avversaria una squadra molto più esperta e con più talento. I ragazzi l'hanno interpretata nel modo migliore, è stata davvero una svolta e quella vittoria ci ha dato fiducia. Lì abbiamo capito: se facciamo così, possiamo vincere e possiamo salvarci. Nella sfida successiva contro Mantova, in casa, eravamo sotto 1-20, non abbiamo mollato e siamo andati a vincere di 19 punti. Era scattato qualcosa a livello mentale».


Dalla vittoria di Orzinuovi, la prima della stagione, da lì l'Edilnol ha corso spedita verso il traguardo a un ritmo da Playoff: «Era l'undicesima di campionato, dopo quella partita abbiamo raccolto altre undici vittorie. Undici in diciannove sfide. Siamo arrivati alla pari con l'Urania per differenza canestri, avevamo una differenza canestri a favore con Trapani che poi ha concluso il campionato davanti a noi. Va dato merito alla squadra per il tanto lavoro svolto e va dato merito allo staff per essere stato unito sempre, e per aver cercato di dare a tutti i ragazzi la stessa faccia. La faccia era questa: se usciamo dall'allenamento o dalla partita avendo dato il massimo allora c'è tempo per ridere e scherzare, al contrario saremo incazzati per non aver fatto il massimo. La Società ci ha sempre lasciato lavorare con grandissima serenità. All'inizio, da parte dell'ambiente c'è stata un po' di titubanza e di demoralizzazione perché questa è una piazza abituata ad altri nomi e ad altre ambizioni... Domenica dopo domenica i tifosi si sono innamorati, si sono identificati con questo gruppo di ragazzi».


Una chimica che a Biella di certo non sorprende: «È stato un crescendo di affetto. È stato bello davvero. Quando questa estate mi contattò il Dottor Castelli non mi chiese nulla sui risultati com'è nello stile della società; mi chiese di riportare nell'ambiente un po' di sorriso e di entusiasmo. Con il Covid ancora nell'aria non era facile. E non è stato facile perché non eravamo una squadra costruita per ambire a grandi traguardi. Alla fine ci siamo riusciti. Abbiamo riportato sorriso, entusiasmo, un po' di fare garibaldino, un po' di voglia di stare insieme. Questo è stato il leit motive della nostra stagione, lo stare insieme tutti. Per me è la più grande soddisfazione».


Un ruolo chiave nel roster dell'Edilnol l'hanno ricoperto Kenny Hasbrouck e Luca Infante, il primo leader tecnico del gruppo, Infa quello morale: «Sono stati gli unici due giocatori per cui mi sono imposto. Non avevamo la possibilità di fare mercato, ogni nome a cui ci avvicinavamo per noi era improponibile. Credo che le squadre siano fatte da uomini e si debbano costruire, almeno per come alleno io, prima di tutto dentro gli spogliatoi. Il ruolo che hanno avuto questi due giocatori, dipinti anche ampiamente sul viale del tramonto, è stato fondamentale, sia moralmente sia tecnicamente. Li conoscevo e non avevo dubbi sulle persone. Avevo bisogno di un leader morale ed è stato Infa, colui che non ha mai saltato un allenamento, che quando erano giù li faceva ridere e che quando erano troppo su li prendeva a calci nel sedere; con la sua esperienza e il suo essere una gran persona ha tenuto in pugno lo spogliatoio. E poi avevo bisogno del leader tecnico ed è stato Kenny, colui che conosceva la pallacanestro più di tutti gli altri. Dopo Udine, siamo stati per percentuale concesse agli avversari la miglior difesa. In questo Kenny ha avuto un ruolo fondamentale. L'ha dimostrato nelle ultime partite, se si può concentrare sull'attacco è un giocatore che ha ancora 25 punti nelle mani, ma il fatto è che lui è il miglior difensore del campionato. Alla sua età è normale che calino un po' le percentuali in attacco... Kenny ha creato un rapporto tecnico speciale con il resto della squadra. Gran parte della crescita di Steven Davis è dovuta anche al modo in cui Kenny se l'è preso sotto l'ala. È uno studioso del gioco, analizza i video, veniva in panchina con gli appunti, guardava due o tre partite degli avversari prima della partita. I ragazzi non potevano non seguire il suo esempio. Poi siamo stati bravi nell'accettare i tempi di adattamento di entrambi, che chiaramente andavano seguiti e tutelati diversamente dai ventenni: Infa veniva da due stagioni senza praticamente aver mai giocato e ed è sceso in campo 20 minuti di media a partita, uscendo spesso anche da protagonista, addirittura con una doppia doppia a Latina; Kenny ha giocato 32-33 minuti di media e quando in estate abbiamo preso informazioni su di lui ci dicevano che era rotto e che non poteva più garantire continuità. Lo staff ha fatto su entrambi un grande grandissimo lavoro».


La Biella di coach Zanchi verrà ricordata come una bella, bellissima storia sportiva: «Abbiamo tracciato un linea, ma anche giocato sempre sul filo del rasoio. A Capo d'Orlando abbiamo perso dopo due tempi supplementari, Capo d'orlando aveva 12 punti, noi 8 e loro un vantaggio di 2 vittorie, compreso il successo dell'andata. Eravamo praticamente 6 punti sotto e sembrava finita. Era il 30 gennaio. Tre mesi dopo noi siamo saliti a 24 punti, Capo si è fermata a 18. Questa scalata ha dimostrato che con il lavoro, l'unione, una società che conosce i limiti ma fa lavorare, uno staff di prim'ordine e prima di tutto amico, con tutto questo non esistono sfide impossibili. Si può fare e noi lo abbiamo dimostrato. Io alleno da trent'anni, è vero che per la lontananza sono andato a casa poco e anche Andrea Niccolai è sempre rimasto qui, Robi, Poppi, Damiano, Gianni...in dieci mesi forse abbiamo saltato solo una settimana di cene insieme. Non succede sempre. Staff così uniti nascono per il tipo di rapporto che si crea. Io ho sempre avuto un'unica presunzione: di essere una persona che cerca di creare gruppi, empatia e amicizia. Poi è chiaro che ci vogliono anche le persone giuste, quelle che lasciano da parte le proprie ambizioni per il bene comune. Il mio staff ha dato tutto solo per i ragazzi. Questa stagione può essere sintetizzata in una frase del Doc, di Gianni Masserano: è qui da una vita, da 27 anni e le ha praticamente viste tutte; mi ha detto che è stata la stagione in cui si è divertito di più. È stata una stagione pesantissima, siamo ancora tutti stanchi, una stagione che ci ha svuotato. È stata tracciata una linea, ma non si può avere la presunzione di ripeterla ogni anno, soprattutto guardando alla prossima rivoluzione dei campionati con otto retrocessioni. Con quella formula, quest'anno ci saremmo giocati la permanenza nella categoria ai Playout. Credo però si sia capito che si può fare, e che in Italia ci sono tanti ragazzi che meriterebbe di giocare a questi livelli, in A2. Bisogna avere le società e le strutture per poterlo fare. Biella, ecco, Biella ha tutto questo».